Gisella Fuochi
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Un lungo filo di vino

Il filo non è solo una parola ma un contenitore di filosofia. Il sottile filo dell’equilibrio per esempio, oppure il filo conduttore delle scelte, oppure ancora un tracciato immaginario che lega indissolubilmente le persone o le cose. Matto di Filodivino, un Verdicchio dei Castelli di Jesi classico biologico, è un po’ di tutto questo e anche oltre. Cinque uomini che hanno unito il loro destino, facendosi legare da un sogno per poi dipanarlo in una realtà che continua a stupirli.

Alberto, Gian Mario, Paolo, Francesco e Matteo hanno dato fondo alle proprie attitudini e senza smanie di comando hanno costruito questa azienda agricola intorno a San Marcello, un piccolo borgo del 1200, dove le cinta murarie raccontano la loro storia. Questo posto è tra il mare Adriatico e i Monti Sibillini, quindi le uve godono di tutto quello che piacerebbe anche a noi, il profumo del mare e la bellezza delle montagne.

Il Verdicchio è un’uva autoctona delle Marche che ha nel DNA un legame con un vitigno del nord, probabilmente per la scesa di contadini veneti che ripopolarono la zona dopo un epidemia di peste. Io ho conosciuto questo vino qualche tempo fa e non riesco a dimenticare quella freschezza e quella sensazione di corse in mezzo ai prati inciampando sulle ginestre e sulle margherite. Restare sdraiati a braccia aperte, guardando il cielo. Respirare a pieni polmoni tutto quello che c’è. Forse sono cose che adesso molti di noi non fanno più ma, se bevendo un sorso chiudete gli occhi e aprite quel cassettino della memoria, sono certa che vi ritroverete a fare capriole, sfregando il naso in mezzo a quell’erba.

L’erba, appunto, con la quale i nostri “prodi” hanno fatto il patto più solidale che si potesse per proteggere questo terreno, lasciando tra i filari che colza, tarassaco, borragine crescano e invitino le radici della pianta a cercare sempre più in fondo tutti i minerali da cui trarre forza e protezione. Dove d’inverno si pratica il sovescio, vale a dire far crescere e interrare il favino allo scopo di nutrire il terreno.

La cantina è costruita con materiali naturali e ha un suo “filo conduttore” che parte dal basso per arrivare alla parte della degustazione sospesa sopra quella dell’affinamento. Un luogo dove, se ci tornasse Leopardi, riscriverebbe l’Infinito. Forse anche io e forse anche voi. Osservando il panorama tra i filari e parlando con ognuno di questi uomini, per i quali i sogni non sono egoisti, troveremmo quella pienezza d’armonia, quel “filo diretto” tra la penna e le lettere dell’alfabeto che riuscirebbe a esprimere ciò che, confusamente, continua a vivere in ognuno di noi.

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Gisella Fuochi

 

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