Valentina Cuppone
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Teatro India: storia di una rivalutazione

A volte capita che qualche fallimento riesca a diventare invece una grande occasione. È il caso del Teatro India, esempio ottimamente riuscito di riabilitazione e conversione di spazi abbandonati. È stato il destino dell’ormai ex cittadella della fabbrica Mira Lanza, quella realtà industriale che, dagli inizi del ‘900 e fino al secondo dopoguerra, avrebbe dovuto rappresentare il sogno di industrializzazione tutto italiano. Dalle ceneri di quest’impianti è sorta una realtà culturale innovativa, luogo di sperimentazione per l’arte internazionale. Dal teatro alla danza, dagli eventi performativi alla musica, uno spazio per approfondire incontri, per creare bellezza fatta di riflessioni, comunicazione, nuove proposte. Un posto dove trasmettere cultura.

A pochi passi dal centro, lungo il Tevere, in un’atmosfera quasi surreale che sembra scollarci dalla dimensione attuale e portarci indietro nel tempo o addirittura in una dimensione senza coordinate ben precise, nel settembre del 1999 veniva inaugurato l’altro teatro del Comune di Roma. È l’India, fondato dall’attore e regista Mario Martone che ne fu anche il primo direttore. Uno spazio con un’iconografia pregnante, a tratti unica ed estremamente caratterizzante. Un’area dominata dall’immenso Gazometro, altro relitto diventato simbolo di un’epoca e di quella archeologia industriale che ha portato diverse strutture della Città Eterna ad essere riqualificate e riutilizzate donandogli nuova vita e nuovo uso.

L’idea che sta alla base del Teatro è la stessa che sottende a tanto teatro contemporaneo. L’esigenza di ricerca di spazi non tradizionali, dove poter mettere in scena atti performativi che siano immersivi, coinvolgenti, che creino contatti con gli spettatori. Bandire la classica dimensione frontale, per creare una realtà dove chi guarda sia sullo stesso piano di chi viene guardato. Offrire spazi dove poter ospitare azioni artistiche che siano itineranti, circolari, concentrate o che si possano dislocare su più livelli. Una proposta nuova che ha visto avvicendarsi sui suoi palcoscenici l’epicità tra sovra e sub umano del Teatro Valdoca, il gruppo in continuo divenire di Motus, la ricerca multimediale dell’americano Big Art Group, che ospita lo Short Theatre, festival multidisciplinare in cui s’incontrano e si mescolano proposte artistiche da ogni angolo del mondo.

La scelta del nome? Un richiamo, un collegamento con l’altro teatro capitolino. Argentina e India. Due continenti come nomi per due teatri. Perché sia immediata l’associazione al viaggio come metafora di conoscenza, alla pluralità del mondo, delle culture, dell’essere. Perché in fondo che cos’è l’arte se non incontro, contatto e la scoperta dell’altro e di noi stessi?

È possibile visitare il teatro, un luogo dove s’intrecciano passate speranze e attuali certezze. Per info consultare il sito.

Teatro India, Lungotevere Vittorio Gassman, 1, Roma.

Foto: dal sito del teatro.

 

Valentina Cuppone

Classe 1982, dopo una laurea in Lettere Moderne si è specializzata in Comunicazione della cultura e dello spettacolo con una tesi sull’ibridazione dei linguaggi e sull’intermedialità nello spettacolo MDLSX di Motus, un assolo di Silvia Calderoni, ispirato al premio Pulitzer 2013 Middlesex di Jeffrey Eugenides, sulla costruzione dell’identità. Ha lavorato come supporto al segretario di redazione del “Giornale di Sicilia” scrivendo articoli per il ciclo “Eccellenze di Sicilia”, mirando a valorizzare ciò che di bello e positivo offre e si può costruire nella sua isola. Per coniugare i suoi interessi umanistici con i linguaggi e l’innovazione digitale, ha collaborazione con il quotidiano online ildigitale.it.

 

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