Gisella Fuochi
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Söl 2016: gli elementi di un vino

Barbacàn. Una parola strana. Potrebbe essere un soprannome oppure una parola veneta. Invece è una parola francese che descrive una struttura difensiva medioevale, che serve come sostegno o per protezione aggiuntiva rispetto al muro di cinta o alla fortezza vera e propria.

E cosa rappresenta in una zona come la Valtellina, precisamente a 10 km a ovest di Sondrio? Un sostegno, collocato in determinati punti di muretti a secco con la funzione di rinforzo contro la spinta. Bene. Dopo questa spiegazione tecnica, parliamo di Söl 2016 Valtellina Superiore Valgella, che nelle terrazze dove nasce, non potrebbe farne a meno. Per questo l’azienda agricola si chiama così: Barbacàn. Mentre Angelo Sega e i figli Luca e Matteo sono per definizione dei vignaioli indipendenti, anche se la parola più giusta sarebbe “vignaioli pendenti” e basta, vista la collocazione delle loro vigne.

Terrazzamenti che sono a strapiombo corredati di panorami e costruzioni di sassi. Tre ettari soltanto, che sono una culla per l’uva Chiavennasca, che non è altro che una declinazione del Nebbiolo. La differenza tra questa e quello piemontese sta nel territorio. Qui in Valtellina, che è sicuramente la patria dei migliori rossi lombardi, la coltivazione è appunto in zone ripide e a ridosso delle montagne, che con grande benevolenza, proteggono e riparano le vallate dal vento e dal freddo, rendendo quel po’ di calore, avuto dal sole e dove il terreno è prevalentemente sabbioso, ricco di graniti e lamelle di roccia.

Questa bottiglia, che nasce dall’appezzamento piú vocato e ripido, é il risultato del concepimento silenzioso dell’amore tra la terra, la vigna e l’essere umano. Dove ognuno per suo verso ha solo spinto l’altro elemento a dare il meglio, solo con le proprie forze. Pensate alla vendemmia che si fa su e giù con la gerla sulle spalle. Per questo, con grande saggezza e rispetto del rapporto che lega tutti, il vino in cantina è lasciato alla propria “indipendenza responsabile”. Non è chiarificato, ne filtrato. Non si controlla la temperatura di fermentazione e si aspetta che i lieviti facciano il loro corso. Il legno dove sosta, è solo quello che serve per esaltare tutti quei profumi con i quail è comunque nato.

I frutti rossi, una speziatura leggera, quell’idea di montagna dove l’aria è diversamente pungente sono i profumi che ci si immagina di trovare. E ci sono tutti e fanno compagnia all’assaggio, dove i tannini sono belli e presenti, quasi a ricordarti da dove vengono. Questo vino mi fa dire che è franco, senza alchimie, pieno solo di ciò che la montagna impone con la sua pretesa di rispetto e che senza dubbio la famiglia Sega deve aver compreso. L’etichetta del Söl, riporta le immagini rupestri ritrovate nella roccia che sicuramente studiosi importanti avranno tradotto in linguaggio, io invece mi limito a guardarla e a pensare che la scarna figura centrale non siano altro che il fulcro degli elementi che contano in questo vino: la terra, le mani, la mente e sopratutto il cuore.

Per acquisti: info@barbacan.it

 

 

 

Gisella Fuochi

 

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