Gisella Fuochi
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Schiacchetrá Cinque Terre Buranco D.O.C. 2010 di Monterosso: lo straordinario vino passito consigliato da TGH

Ci sono dei supereroi che non hanno il costume rosso, la mascherina sugli occhi, oppure quella forza incredibile per fermare massi che rotolano giù dalle montagne. Eppure lo sono per diritto acquisito sulla vigna che coltivano. Sono i vignaioli delle Cinque Terre, quelli che praticano la viticoltura eroica.

Dovreste provare a vedere questi panorami dal mare, quando con un piccolo gommone ci si avvicina alla costa e guardare in alto. Ci si sente minuscoli e sovrastati dalla potenza di quelle rocce, intimoriti da quella forza. Così come quando ci si affaccia da quei dirupi a strapiombo e si ha la sensazione che basterebbe un soffio per cominciare a volare in mezzo a quel blu.

In tutto questo meraviglioso scenario pronto a rimanere negli occhi con il titolo della maestosità della natura, si produce lo Schiacchetrá. Uno straordinario vino passito.

Coltivare la vigna in questo angolo di mondo, inserito nella lista dell’Unesco, significa muretti a secco, sentieri impervi al confine con il vuoto, rocce inamovibili, venti buoni che profumano di salmastro oppure che portano la rabbia delle tempeste. Insomma un posto dove l’unico mezzo meccanico sono le rotaie delle cremagliere che aiutano l’uomo nella sua tenacia e fatica, a curare quei grappoli.

Tra i produttori di questa “essenza di bellezza”, vi scrivo di questo Sciacchetrá Cinque Terre Buranco D.O.C. 2010 di Monterosso. Una ricchezza al naso e all’assaggio: albicocca, zenzero, agrumi canditi, sapido e caramellato. Anche se l’aspetto più unico, é che si può dare un sapore a quelle pietre. La perdizione, per chi come me, passerebbe il tempo a trasformare i profumi in ricordi.

La composizione di questo vino é data da 3 vitigni: bosco, per la maggior parte, albarola e vermentino. La prima é un’uva autoctona di queste zone, arrivata dopo la filossera, e l’origine se la contendono la zona di Riomaggiore e la provincia di Genova, ma la storia più interessante é sul nome del vino che ovviamente non é legata anche questa a una certezza, cosa che sicuramente rende tutto più affascinante.

La tradizione dice che nel dialetto del levante ligure la formazione della parola sia data da sciac (“schiaccia”) e trai (“lascia lí”), mentre altri lo fanno risalire alla parola “Shekar”, che in armeno significa il vino offerto a Dio ed infine gli abitanti di questi borghi, lo chiamavano diversamente, Refursá, perchè rinforzato dall’appassimento.

Pensate che alcuni vecchi contadini lo davano in dote alle figlie come una delle cose più preziose. Per farlo, si fanno appassire le uve nel fruttaio o comunque in luoghi riparati, a differenza di altri passiti che stanno al sole. Comunque sia, berlo non é definibile in un aggettivo, pensando a tutto quello che questi supereroi affrontano per produrlo, per dimostrare quanto “l’arroganza della natura” si possa domare e trasformare in un liquido dorato che é unico e irripetibile in qualsiasi altra parte del mondo.
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Gisella Fuochi

 

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