Valentina Cuppone
2 minuti

Manifesto, al Palazzo delle Esposizioni per parlare di avanguardie

Sarcastica più che ironica. A tratti polemica e irriverente. Capace più suscitare le più svariate sensazioni e riflessioni. Polisemica e straniante, avvolgente e immersiva. Difficile da definire e da interpretare. Unica alternativa possibile, andarla a vedere con i propri occhi. Stiamo parlando di Manifesto, la video installazione multischermo di Julian Rosefeld allestita al Palazzo delle Esposizioni fino al 22 aprile. Investiti da alcune delle correnti di pensiero che hanno segnato il Novecento, affascinati dall’immagine e dalla voce di Cate Blanchett, per riflettere su “come si può far ordine nel caos di questa informe entità infinitamente variabile” che è l’uomo.  Un’esperienza impegnativa, ma comunque da non perdere.

L’artista e regista australiano-tedesco, ex architetto nutrito di suggestioni provenienti da cineasti quali Buñuel, Godard e Antonioni, crea 13 microfilm, ognuno di poco più di 10 minuti. E li mette insieme, in simultanea. Voci che si accavallano, immagini in movimento che descrivono situazioni diverse. Tessere di un mosaico che si completa in una costruzione unitaria dove l’elemento convergente è sempre e solo Cate Blanchett che dona il suo volto e la sua voce a tutti i protagonisti dei cortometraggi.

Manifesto, creata nel 2015 e installata ovunque in giro per il mondo, è un collage di monologhi, un intreccio di stralci dei manifesti programmatici delle avanguardie artistiche del Novecento. È una discussione sul ruolo dell’arte e dell’artista nella società contemporanea. Una riflessione sulla potenza e la resistenza delle parole nel corso del tempo. Un linguaggio che lavora per contrasti, dove a volte le parole cozzano con la situazione in cui vengono pronunciate e viceversa.

Scritti solo da uomini, i testi qui verranno declamati esclusivamente da donne. Una sola eccezione. Un solo protagonista maschile, un homeless che vaga senza meta e urla arrabbiato frasi situazioniste. Poi, una madre tradizionale con la sua famiglia convenzionale prega prima di iniziare il pasto. Ma la sua preghiera è fatta da pezzi del cartello Pop Art. Una broker in tailleur nero, seduta davanti al suo pc, declama frasi dal Manifesto Futurista. E ancora, un’oratrice a un funerale recita frasi tratte dagli scritti Dada. Una burattinaia governa improbabili marionette, e poi una scienziata, un’operaia, una maestra, una coreografa, una ragazza punk, una giornalista, un’amministratrice delegata. Un personaggio, una situazione, un collage di parole che si oppongono o incorniciano, esaltando ciò che si vede nel video.

Da Marx ed Engels ai Futuristi passando per i Dadaisti, i Surrealisti, Situazionisti e Concettuali, Manifesto intreccia storia dell’arte, del cinema e cultura pop. È una miccia che brucia per parlare di arte, per sentire la società che parla attraverso di lei. Un film che è teatrale e concettuale insieme, fatto di luoghi coinvolgenti, della camaleontica e polimorfica bravura dell’attrice australiana e della riflessione scaturita dall’associazione tra alcuni dei più importanti Manifesti del Secolo Breve e la società contemporanea.

Manifesto, di Julian Rosefeld con Cate Blanchett. Fino al 22 Aprile al Palazzo delle Esposizioni, Roma. Per info visita il sito.

 

Valentina Cuppone

Classe 1982, dopo una laurea in Lettere Moderne si è specializzata in Comunicazione della cultura e dello spettacolo con una tesi sull’ibridazione dei linguaggi e sull’intermedialità nello spettacolo MDLSX di Motus, un assolo di Silvia Calderoni, ispirato al premio Pulitzer 2013 Middlesex di Jeffrey Eugenides, sulla costruzione dell’identità. Ha lavorato come supporto al segretario di redazione del “Giornale di Sicilia” scrivendo articoli per il ciclo “Eccellenze di Sicilia”, mirando a valorizzare ciò che di bello e positivo offre e si può costruire nella sua isola. Per coniugare i suoi interessi umanistici con i linguaggi e l’innovazione digitale, ha collaborazione con il quotidiano online ildigitale.it.

 

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