Gisella Fuochi
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L’eleganza della Coda di Volpe: il nostro vino della settimana

Per questa settimana: Coda di Volpe DOC “TORAMA” di Vadiaperti – Traerte. La storia di questo vino e del suo territorio é sicuramente legata a quest’uomo: il professore Antonio Troisi. Ho trovato una sua foto e ho capito che seppure non si stia parlando di un secolo fa, osservandolo doveva essere una di quelle persone di cui si diceva: é tutto di un pezzo.

Era un comunista convinto, “non mangiava i bambini”, fumava la pipa e aveva nel privato la passione per la vigna. Aveva comprato un fazzoletto di terra a Montefredane, nella valle del Sabato, a contrada Vadiaperti. La sua terra, l’Irpinia, era stata sconquassata dal terremoto nel 1980 e tutto ciò che di peggio potesse accadere nella ricostruzione, avvenne. Lui, era rigido e fermo nelle sue radici e nella divulgazione delle sue idee, ma spesso in trattoria, dopo le riunioni con i colleghi di partito, si scioglieva e tirava fuori quello che lo aveva investito di emozioni: il Fiano, il suo vino. Fu il secondo ad etichettare in questa zona dopo Mastroberardino e parliamo del 1994.

Negli anni successivi, si sviluppò un notevole interesse per questo territorio, tanto che anche Slow Food, cominciò a partecipare ai primi eventi tematici. Purtroppo nel 1998, Tonino “o prufessore” fu chiamato a occuparsi di altri vigneti fatti di nuvole, ma ormai era evidente che il riscatto di questa terra era cominciato proprio dal vino. Raffaele, il figlio, raccolse l’eredità e nonostante le vicissitudini e le trasformazioni societarie, ha continuato imperterrito nella produzione di questi bianchi di classe.

La mia attenzione e piacere per il Coda di Volpe è per la sua particolarità. Si chiama così per la forma, che ricorda una coda e il grappolo può arrivare anche a 40 cm di lunghezza. Plinio la chiamava: “Cauda Vulpium”, nel suo trattato naturalistico ne scriveva ampiamente, e fino a qualche anno fa veniva considerata uva da taglio per il Greco o il Fiano. Il “TORAMA”, che si chiama così per il tipo di terra a base di calcarea-arenitico, vive la sua maturazione esclusivamente in acciaio ed è sicuramente il gioiello di Raffaele, che ha cominciato nel lontano 1994 a credere nelle potenzialità di questo vitigno autoctono.

In bocca ti racconta dell’eleganza che le radici della pianta trovano sotto terra, regalandoti quella nota minerale intensa che accompagna i frutti gialli e tutti quei fiori bianchi di cui abbondano i giardini campani. La Campania, con tutti i suoi vini, nel giro di pochi anni, è diventata una delle regioni di riferimento per qualità e varietà. Non so se a figure come il Professore Antonio Troisi, si debba tutto il merito, ma vero è che il credere in un ideale può ancora e sempre, far crescere un fiore in mezzo al cemento.

 

Gisella Fuochi

 

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