Eugenia Romanelli
2 minuti

La Dea Fortuna: perchè vederlo

La Dea Fortuna è un film italiano. Tipicamente italiano. Pieno di stereotipi che ci appartengono, di tipizzazioni, di cliché, ma mai macchiettistico. Anzi, proprio per il voluto conformismo che racconta è drasticamente pop, popular. E in questo senso la narrazione è perfetta anche perchè raccontata da un regista che è nazionalizzato italiano ma è turco, quindi pienamente capace di padroneggiare la famosa “giusta distanza”.

Ferzan è infatti nato nel 1959 a Istambul da famiglia colta, imparentata con ben due pascià. Ma l’Università l’ha fatta a Roma, Storia del Cinema a La Sapienza e poi corsi di regia all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico. Da lì l’aiuto regia di Troisi, Tognazzi, Nuti. Insomma, più italianizzato di così, in campo cinematografico, è dura. Ed ecco perchè quel suo sguardo esatto su noi italiani, quel guardare all’animo umano universale attraverso la lente del cinema capitolino, così inconfondibile, così venerato in tutto il mondo.

Stereotipi, dicevamo. La capacità di rappresentare l’intera umanità nonostante i numerosi fattori dello script che sembrano circoscrivere il respiro universale di questo film (l’italianità, appunto, e un certo cinema, ma anche l’ambientazione nella comunità di minoranze LGBT+) è la vera forza di La Dea Fortuna. Si parla di paura e amore, di generosità e di grettezze, di slanci e di vigliaccherie, di coraggio, di dolore. Ozpetek maneggia la materia più scottante in assoluto, il senso della vita, e lo fa attraverso una storia qualunque, talmente qualunque che già dopo pochi minuti di film ci si dimentica che la coppia protagonista è “anomala”.

Personaggi perfetti nel cangiante chiaroscuro delle loro grandiose imperfezioni, e per questo così insopportabilmente umani, soprattutto in quel lasciarci a bocca asciutta ogni volta che desideriamo una svolta epica o eroica. Un film mai ruffiano eppure facile, facilissimo, proprio per le infinite possibilità di identificarsi sempre, in ogni scena, in ogni attore, come se quel grumo di variopinti personaggi, ognuno abbondantemente connotato, approfondito e tridimensionalizzato, stesse in realtà raccontando di una vita sola. Come se attraverso i gangli e gli snodi nelle vite di ogni soggetto in scena si stesse in fondo parlando sempre di un’unica persona: noi stessi.

Anche lo storytelling è sofisticato: tutto è detto anche se non mostrato. Davvero un grande seduttore questo Ferzan. Allo spettatore non mancherà nemmeno un dettaglio, eppure la sceneggiatura non cade mai nella trappola della didascalia. Anzi, al contrario, potenzia il suo tone of voice proprio levando audio, sottraendo scene, tagliando nel montaggio, facendo slittare un momento sul successivo e poi aiutandoci a recuperare da soli la parte di trama non narrata.

Insomma: la coppia gay maschile che vive in un condominio freak, festaiola, promiscua, poliamorosa, poligamica riesce, pensa un po’, a rappresentare l’intera umanità quando ama, riesce a raccontare tanti tipi di amore, quelli che forse senza nemmeno che lo sapessimo tutti noi abbiamo vissuto o viviamo, riesce a ricordarci che in ogni sceggia di dolore si nasconde la forza propulsiva della vita, della rinascita.

Un film da vedere.

 

 

Eugenia Romanelli

Segno zodiacale Pesci, vino preferito Ronco delle Mele, vive a Roma. Irriverente, eccentrica, informale, si ispira al maître à penser Anais Nin. Buddista Nichiren, la sua gioia è l’allenamento costante nell’arte di vivere, e la sua palestra privata sono la sua famiglia e le relazioni multiple e complesse che accendono le sue giornate. Dopo aver diretto la versione italiana della rivista internazionale Time Out, fondato e diretto il magazine Bazarweb.info coedito da Rai Eri e La Stampa, fondato e diretto il primo inserto culturale de Il Fatto Quotidiano "SmarTime", creato il canale Ansa Viaggi, attualmente scrive per Vanity Fair, è blogger per L'Espresso e Il Fatto Quotidiano, ed è autore Treccani. Tra le docenze, a Roma ha insegnato giornalismo, scrittura creativa e new media a La Sapienza, all’Accademia d'Arte Dramatica Silvio D'Amico e alla Luiss Guido carli, fondando il Master in “Nuovi giornalismi e blogging” al Centro Sperimentale di Fotografia Ansel Adams; a Firenze ha insegnato business writing alla Scuola di Scienze Aziendali di Firenze e all'Università di Firenze ha direttore del laboratorio “Advanced Communication” (progetto Nemech); per l’Ordine dei Giornalisti organizza corsi di aggiornalemnto sul tema della privacy. Come Amministratore Unico dell'agenzia di comunicazione ACT!, premiata nel 2005 dalla Regione Lazio come "Migliore impresa creativa", ha vinto il premio DONNAèWEB del Premio Web Italia patrocinato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal Ministero per l'innovazione e le tecnologie per aver creato il miglior sito dell'anno, per l’ideazione del primo Cultural Brand italiano e per avere fondato la prima galleria d'arte contemporanea digitale italiana. Tra le sue pubblicazioni, saggi e romanzi con Giunti, Rizzoli, DeA, Rai Eri, etc. Nel team TGH è entrata grazie alla passione per i viaggi: anche per lei viaggiare è la forma più profonda di conoscenza della vita e la via più diretta al contatto autentico con le proprie emozioni. Creatrice del TGH Pink Shot, il suo obiettivo segreto è alzare la temperatura emotiva di tutto il progetto.

 

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