Gisella Fuochi
2 minuti

Il vino non è una formula matematica

“Bevi la schiuma che diventi furba!”. Questa era l’incitazione che mi facevano i parenti quando ero piccola, davanti ad un goccio di Lambrusco. Ora se lo sia diventata o meno, non lo so. Però quel momento, era unico. Quelle due dita di un colore rosa che si dissolvevano davanti ai miei occhi, erano una delle occasioni che aspettavo di più. Sono certa che nella memoria di altri, esiste lo stesso ricordo, perché quel vino è da sempre, prevalentemente per le famiglie emiliane, l’emblema della condivisione, dell’allegria.

Per tanti però, il Lambrusco ha rappresentato e rappresenta un vino “un po’ cosi”, senza nobiltà, senza storia. Invece il Lambrusco è davvero uno dei vini più antichi. Il nome gli è stato dato dai romani perchè la vite cresceva selvatica ai confini dei campi. Da qui “lambrusca” in latino “labrum” che significa orlo, margine e “ruscum” per selvatica.

Eppure un cosi tanto importante albero genealogico, lo ha portato per un lungo periodo ad essere poco considerato. Lui che nei primi del “900, già nella sua zona d’adozione, era dato ai braccianti considerato al pari del pane: tutti i giorni ognuno di loro aveva la propria bottiglia. Era la seconda spremitura, si chiamava “puntalone” e veniva tagliata con l’acqua. Per compredere la versatilità di queste uve, bisogna ricordarsi che sono riusciti a metterlo addirittura in lattina. Altro che vite scorbutica!

Adesso dimenticate tutto e fate posto a questa bottiglia: Lambrusco Rosé di Modena Spumante D.O.C. Metodo Classico produttore Cantina della Volta. Sono convinta, che già a guardarlo nel bicchiere, le vostre convinzioni, vacillerebbero. Con i profumi che passano dal vostro naso per portarvi alla memoria tutti quei frutti rossi piccoli che si rubavano lungo le strade di campagna, comincereste a perdere anche le ultime certezze. E ad assaggiarlo, capireste che tutte le cattive nomee legate a questa tipologia, affonderebbero. Anzi, non vedreste l’ora di riberlo ancora. Un Lambrusco preparato come un Champagne.

Christian Bellei è uno dei proprietari di questa cantina ed è quasi certamente il personaggio più importante nel mondo delle “bollicine” italiane. Lui, come questa vite che sembrava indomabile, ha trasformato tutti i percorsi del nonno e del padre e tutti i viaggi a Epernay, in una realtà che, guardandoci le spalle, sembrava impensabile. “Il vino non è una formula matematica. È frutto di attenta ricerca e smodata passione”. Questo è il suo pensiero e si ritrova in tutto quello che produce, anzi si beve in tutte le sue etichette. Ora la schiuma, anzi la spuma (si chiama così tecnicamente), di sicuro quando la vedo formarsi nel bicchiere, mi fa sorridere e pensare: ne avrò bevuta abbastanza?

 

Gisella Fuochi

 

Condividi questo articolo