Filippo Bartolotta
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I vini di Roma contro ogni razzismo enologico

Se cercate informazioni sui vini romani, rimarrete abbastanza delusi. Infatti, nonostante il Lazio sia una regione che produca molto vino, la maggior parte viene consumato in casa. Non credo che su 100 persone ce ne sia neanche una che chieda o offra un vino laziale fuori dalla regione. E anche davanti a esempi di vini buonissimi, prevale un certo razzismo enologico per cui in molti, soprattutto i romani stessi, si sentono di poter liquidare un’intera produzione vinicola come “ cheap”. E se è vero che alcuni bianchi da “due lire”  hanno rovinato l’immagine enologica di queste terre antichissime, dove si produce vino da ben prima dell’arrivo dei romani, non è possibile che non ci sia qualcosa di interessante da provare. Andiamo allora a dare un’occhiata più da vicino

Il Trebbiano e la Malvasia sono i due vitigni di riferimento da cui traggono origine la maggior parte dei bianchi laziali. Il primo è uno dei vitigni più coltivati in Italia per la sua enorme produttività e la sua neutralità aromatica che consente di produrre vini relativamente inoffensivi. Negli anni settanta e ottanta sono stati prodotti decine di milioni di ettolitri di Bianchi da dimenticare e questo ha avuto un impatto sulla memoria dei consumatori. La Malvasia, che al contrario del primo è un vitigno aromatico, molto profumato, che si coltiva dalla Sicilia alle Alpi, diventa teoricamente un compagno di assemblaggio perfetto. Due vini rappresentativi di questo incontro sono il Frascati e l’Est! Est!! Est!!!

Nel primo caso si è generalmente davanti a un bianco che, nel migliore dei casi, riesce a intrecciare una ghirlanda di profumi di limoni freschi, mandorla, pesca gialla con qualche nota lievemente erbacea e minerale. Da segnalare talvolta anche la presenza di altri due vitigni autoctoni come  il Bombino, che aggiunge freschezza e sentori di frutta matura, e il Bellone, con le sue note tipiche di miele e pompelmo. I Frascati si possono fregiare anche della tipologia Superiore che garantisce standard qualitativi più alti. E, se vi capitasse a tiro, approfittate per un assaggio della versione dolce: il Cannellino prodotto grazie all’appassimento delle uve per via della muffa nobile che fa evaporare l’acqua, concentrando gli zuccheri e rendendo il vino più caleidoscopio. 

L’Est! Est!! Est!!! di Montefiascone, sempre a base di Trebbiano e Malvasia di Candia, si produce sulle rive del lago di Bolsena. Generalmente è un bianco abbastanza scorrevole, molto semplice che nei casi migliori, però, tira fuori un incrocio piacevole di ginestra gialla e cedro, con profumi di torba e un lieve tratto affumicato.

E poi c’è l’Orvieto a base di Grechetto, vitigno che regala piacevoli sentori di scorza di limone, pesca bianca e fragoline di Nemi, unito a Trebbiano e Malvasia. L’Orvieto viene prodotto tra Umbria e il Lazio ed è uno dei vini bianchi più longevi e seducenti d’Italia. 

E i rossi? Beh, non ci sono tanti vini rossi in Lazio, se non alcuni Super Tuscan style, o meglio Super Lazio, cioè vini a base di vitigni cosiddetti internazionali come il Cabernet Sauvignon e il Merlot, generalmente vinificati in piccole botti di rovere francese (barrique). Ma il mio consiglio è quello di rivolgere lo sguardo verso alcuni autoctoni dal carattere intrigante, come l’antico Cesanese del Piglio, coltivato prevalentemente nella zona di Frosinone, che produce vini abbastanza concentrati, muscolari pieni di prugne mature, tabacco, cuoio e more. Tra alcuni vitigni rari, mi è capitato di assaggiare un paio di esempi di Lecinaro con straordinari tratti di sapidità, mora selvatica e pepe nero.

Conoscere i vitigni che compongono un vino ci offre solo una delle chiavi di lettura del suo carattere. Per avere una completezza di informazioni è necessario conoscere almeno la struttura fisica dei suoli e il clima di quella data regione. E la cosa qui si fa interessante perché il Lazio è praticamente un parco di vulcani estinti. Questo significa che le vigne affondano le proprie radici su suoli antichissimi, ricchi di minerali che possono contribuire ad aumentare considerevolmente la complessità aromatica ed il piacere gustativo dei vini. 

Non omologatevi a ciò che bevono i più, provate ad allargare gli orizzonti e durante le prossime vacanze romane, sfidate il vostro sommelier a scegliere qualche vino del territorio che più si adatta al vostro temperamento. Prosit! 

 

Filippo Bartolotta

Filippo Bartolotta è un docente, uno scrittore ma soprattutto uno dei più noti storyteller del vino del pianeta, tanto che Obama, nel suo viaggio in Italia, lo ha scelto come Maestro di cantina. Una passione che Filippo coltiva fin dalla sua giovinezza, quando si laurea in Economia all’Università di Firenze con una tesi sulla comunicazione del vino e poi ottiene un diploma di marketing internazionale in Olanda, proprio per cominciare la sua attività a Vinopolis, il più grande museo del vino al mondo. Tra una degustazione e un’altra passa l’esame al Wine and Spirit Education Trust e comincia a scrivere per Decanter Magazine. Dal 2003 tiene moduli formativi sulla comunicazione, l’analisi sensoriale, la storia e l’antropologia del vino e sul marketing territoriale per l’Università di Siena e per Giunti Accademy. Con il progetto “I Capolavori dei Sensi” nel 2009 porta l’Italia del vino alla National Gallery di Londra e al Parlamento Francese. Dal 2010 svolge un Road Show “The Amazing Italian Wine Journey” che lo porta ogni anno, tra le altri sedi, nelle cucine della Casa Bianca e nelle sale del Metropolitan Museum di New York. Negli stati Uniti diventa sommelier di fiducia di star come Dustin Hoffman, Emma Thompson, John Malkovich, Steven Colbert di The Late Show, Jessica Alba, Bryan Adams ed Eminem, e nel maggio del 2017 balza alla cronaca per aver intrattenuto i coniugi Obama in Toscana in una degustazione in abbinamento con i piatti dello Chef n.1 al mondo Massimo Bottura dell’Osteria Francescana. Intanto, la sua scuola di cucina e vino MaMa Florence, a Firenze, continua instancabilmente la sua ascesa planetaria.

 

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